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La prima donna che uccisi non era proprio memorabile. Infatti, non c’era niente di speciale in lei, tranne, ovviamente, il fatto che fosse la prima donna che uccisi. Ho sempre trovato irrimediabilmente triste quando la morte di una persona oscura la sua vita. Provo a evitare vittime il cui fato sarà l’unica cosa per cui verranno ricordati, ma questo è uno sviluppo più recente del mio “modus operandi” (nell’originale non c’è modus operandi, ma solo “policy”, ma trovo che sia meglio la mia scelta). Non feci lo stesso con lei.

Il nome della donna era Danielle. Era alta un metro e settanta, bionda, magra, e le sue labbra sapevano esattamente di ciò che ti saresti aspettato, whiskey e sigarette, con una punta di qualcosa di più scuro sotto. È stato questo istinto animale che inseguii.

Ora, quando dico che fu la prima donna che uccisi, non voglio che tu immagini che sia la prima persona. Non lo era affatto. Ero diventata avvezza, in quel tempo, ai meccanismi interni degli uomini, il modo in cui le loro costole si frantumano come vetro, e come il loro sangue sgorghi come sciroppo. Alcuni uomini li lasciai vivi con degli avvertimenti, alcuni li ferii senza nessun motivo. Questo è il vero potere. Fare ciò che vuoi, quando ti va.

Ma c’è qualcosa di diverso nell’uccidere qualcuno del tuo stesso sesso (non sapevo come adattare “own”). Noi umani massacriamo mucche e maiali come se non ci fosse un domani; pochi prescelti (vegani) provano rimorso, ma il resto di noi li vediamo come nient’altro che /means to an end- non so come tradurlo/ . Chiedi al tuo macellaio di prendere e uccidere un uomo, e avrai un bel dilemma tra le mani.

Ad alcuni piace credere che ci sia qualcosa di naturalmente buono nell’umanità. Non la penso così. Io credo che l’unica cosa naturale (ho un po’ adattato); siamo tutti nati con un unico obbiettivo – sopravvivere, a tutti i costi. Uccidere qualcuno senza motivo non aiuta questo obbiettivo affatto.

Danielle era stata uccisa per un solo motivo, ed era uno estremamente egoista. Volevo vedere se fosse possibile per me uccidere un mio simile, ma, più di tutto, uccidere qualcuno che pensavo amassi. Le mie altre vittime erano senza faccia, senza nome. Loro sgusciavano fuori e dentro ombre, approfittando dei deboli e innocenti, schiacciando spiriti e anime con un singolo tocco. Danielle non era così.

Lei, a prima vista, sembrava essere la tua solita mamma suburbana. Lei aveva due figli, un maschio e una femmina, un marito chiamato Larry che lavorava 9-5 ( non ho capito che significa) ad un lavoro da camicia bianca e che indossava pantaloni eleganti pure nei weekend, un cane, Cherry, di quattro anni, e, ovviamente, il piccolo affare lesbico segreto con la sottoscritta.

Se guardi in profondità, sotto l’apparenza, troverai dei segreti. Non cercai Danielle perché pensavo potesse darmi qualcosa che mi mancasse. La trovai soltanto perché dovevo trovarla; perché era il prossimo passo per il mio regno. C’era una progressione nelle mie vittime. Iniziai con quelli facili; i disabili e i vecchi, i silenziosi e i miti, e una volta conquistati questi, andai contro gli uomini più forti. Ma mi mancava qualcosa. In  tutti gli altri esperimenti ripiegavo sulla forza bruta. Ero piccola, ma atletica, e la gente non s’aspettava tantissimo da una ragazza come me. La sottovalutazione è la tua alleata migliore, e un coltello un grande livellatore. Ma non usai mai la tortura mentale.

Ho detto che uccisi Danielle perché potrei averlo fatto, anche se il mio dito, tecnicamente, non premette il grilletto. Ero il diavolo – o l’angelo, dipende dai punti di vista – sulla sua spalla, che la guidava gentilmente nella direzione che pensassi dovesse prendere. La scelsi perché era morbida, malleabile, e perché quell’istinto animale dietro il sapore dei suoi vizi era sia ciò che mi guidò da lei,